Ieri, di fronte ad alcuni caffè e molte brioches, ho lungamente, quanto piacevolmente, chiacchierato con
Dan che ha lungamente vissuto al
Kibbutz Sasa.
La vulgata destrorsa su Israele e la sua sinistra sancisce da tempo la "
fine dell'esperienza del movimento dei Kibbutz".
Tra le mille chiacchiere su sinistra e Israele e Israele e sinistra, è venuta fuori questa "vulgata".
Dan, dopo avermi osservato un po' perplesso, con la consapevolezza di chi li' ci vive mi ha detto che era una minchiata e che c'e' un trend assolutamente contrario da alcuni anni argomentando a grandi linee sui perché e i percome.
Io ho abbozzato e, con questa pulce da mezzo quintale nell'orecchio, come sono tornato a casa mi sono attaccato ad Internet andando a cercare dati ovunque.
Ho fatto delle scoperte molto interessanti che confermano quanto anche le destre israeliane e quelle nostrane "silenzino" quanto di buono arriva dalla sinistra israeliana.
Già, sembrerebbe proprio che sia proprio come mi ha accennato Dan, e non nei cotonati e retorici pipponi degli opinionisti piu' o meno qualificati, o in fonti balbettanti come
wikipedia , che ci sono in giro ma
dati alla mano, quantitativi e qualitativi.
Il primo dato eloquente è che su circa 270 kibbutzim finanziariamente oggi non raggiungono il pareggio di bilancio solo una 30ina.
Il secondo dato eloquente è il ritorno in kibbutz sia di persone che li avevano abbandonati tra gli anni 80 e 90, delusi dalle politiche liberiste delle destre, sia di nuovi olim.
In buona sostanza a oggi sono più i kibbutznik che arrivano di quelli che vanno, il trend è stabile e i numeri complessivi parlano di quasi il 2% della popolazione israeliana.
Il terzo dato è che dal 1997 al 2006 da un deficit complessivo del movimento pari a quasi 200 milioni di dollari si è passati ad un attivo di quasi 340 milioni di dollari.
Il tutto sostenuto da un fatturato complessivo che è passato da 5.6 a 7.6 miliardi di dollari.
Sempre nel 2006 il movimento kibbutz ha generato il 12% delle esportazioni israeliane nei più disparati comparti economici: dall'agricoltura ai prodotti tecnologici avanzati.
E i dati del 2007 parlano nella
relazione di
Gavri Bargil di dati ancora piu' confortanti...pari ad un 6% del prodotto interno lordo israeliano generato dai kibbutzim.
Ricordo che parliamo sempre di meno del 2% degli abitanti di Israele, fate voi i conti del contributo sia solo economico che percentualmente i kibbutzim portano al paese.
Parlare quindi del permanere di una crisi del movimento dei kibbutz è quindi un concetto obsoleto sicuramente dal punto di vista economico.
Dal punto di vista politico il concetto di crisi, prima di definirlo tale, va ben contestualizzato all'interno della complessiva crisi delle sinistre mondiali.
Il punto si reitera anche in Israele nelle sue declinazioni possibili, ovvero in buona sostanza: si deve rimanere "nudi e puri" e scomparire o bisogna convenire con nuovi modelli economici globalizzati cercando di distribuire benessere in maniera piu' pragmatica e attenta anche ai bisogno individuali?
Sembrerebbe che alla base di questa rinascita ci sia la presa di coscienza che l'abbandono delle rigidità ideologico-collettiviste a favore di una gestione differenziata dell'aspetto di gestione economica da quella distributiva del benessere...sia la chiave di sopravvivenza e attualizzazione del progetto.
Questo ha implicato una qualificazione dei kibbutznik con incarichi gestionali, una diversificazione nei guadagni..ma questo abdicare ad uno statuto integral_collettivistà ha garantito al movimento dei Kibbutz, in un paese che ha il 21,5% dei suoi abitanti sotto la soglia di povertà, di aver cura dei suoi anziani e assicurare servizi di maggiore qualità rispetto al passato a tutti i suoi aderenti, dall'educazione alla sanità.
E non è poco nell'Israele delle destre.
Mentre il governo Olmert non corrisponde gli incrementi dei sussidi ai sopravvissuti ai campi di sterminio, mentre i sionisti religiosi negli insediamenti assorbono risorse e non producono, il movimento dei Kibbutz, dopo un forte ridimensionamento e anni di crisi, sembrerebbe aver ripreso il suo cammino.
Con gambe forse diverse da quelle che la retorica della sinstra si auspicherebbe, con un progetto meno utopistico e più contestualizzato all'econonmia globalizzata e alla vittoria dell'economica di mercato.
Ma la ripresa c'e', e non nelle opinioni, ma nei fatti.